Così l’austerity ridisegna gli equilibri dell’industria della difesa
La Nato alla prova dell’austerity. Per oltre mezzo secolo i membri della Nato, Stati Uniti e paesi dell’Europa occidentale in primis, hanno lavorato di comune accordo per la sicurezza e lo sviluppo. Ma ora la crisi economica, la conseguente recessione e i rischi per il debito pubblico stanno mettendo a repentaglio soprattutto la capacità del Vecchio continente di continuare a rivestire tale ruolo. Del resto, già negli ultimi dieci anni gli Stati Uniti sono passati dall’assicurare meno della metà delle risorse necessarie all’Alleanza atlantica a quasi tre quarti del suo fabbisogno.
11 AGO 20

La Nato alla prova dell’austerity. Per oltre mezzo secolo i membri della Nato, Stati Uniti e paesi dell’Europa occidentale in primis, hanno lavorato di comune accordo per la sicurezza e lo sviluppo. Ma ora la crisi economica, la conseguente recessione e i rischi per il debito pubblico stanno mettendo a repentaglio soprattutto la capacità del Vecchio continente di continuare a rivestire tale ruolo. Del resto, già negli ultimi dieci anni gli Stati Uniti sono passati dall’assicurare meno della metà delle risorse necessarie all’Alleanza atlantica a quasi tre quarti del suo fabbisogno. E questa quota sarebbe anche destinata a crescere, secondo il rapporto “A Diminishing Transatlantic Partnership?”, appena pubblicato dal Center for Strategic & International Studies (Csis), think tank bipartisan tra i più quotati negli Stati Uniti. La preoccupazione espressa dal pensatoio – ai cui vertici siedono, tra gli altri, Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, Richard Armitage e Frank Carlucci – è che si possa accentuare così la divisione di compiti tra gli alleati: agli Stati Uniti quelli più difficili, agli europei gli altri, come per esempio la gestione degli aiuti. Ma con il passare del tempo questo stato di cose non è destinato a incidere in maniera corrosiva sulle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico? Secondo lo studio è probabile che sia così.
Il tentativo di fare fronte all’eccessivo indebitamento statale sta infatti creando problemi sia sul fronte degli aiuti internazionali che su quello delle spese per la difesa. Per ora, nella difesa, l’Europa cerca di sopperire alla quantità con la qualità. Si riducono gli effettivi, insomma, ma cresce la spesa pro capite: se nel 2001 i 27 paesi dell’Ue spendevano 73 mila euro per ogni soldato, infatti, nel 2009 si è arrivati a 91 mila euro. Questa tendenza sta conducendo però alla difficoltà di assicurare le necessarie risorse umane. Inoltre, non sembra possibile continuare ad attingere a fondi extra-bilancio per sostenere interventi come quello in Afghanistan. Dopo aver ridotto gli effettivi, il prossimo passo – per gli analisti del Csis – potrebbe essere quello di bloccare la modernizzazione. Benché, paradossalmente, l’Europa disponga di un’industria della difesa di gran lunga più avanzata rispetto alla domanda del Vecchio continente. A questo punto, la palla passa ai governi: saranno capaci, si domandano in America, di massimizzare i loro punti di forza, anche alla luce del Trattato di Lisbona e della spinta a unificare gli impegni in campo internazionale, dagli aiuti alla difesa?
La lettera di Obama a Erdogan. In attesa di una risposta definitiva, Washington si guarda attorno, come dimostra il rinnovato legame con la Turchia, dove il 12 giugno si vota per il rinnovo del Parlamento. Il partito al governo, quello degli islamici moderati dell’Akp di Recep Erdogan, sta tentando di trasformare il paese in una potenza regionale anche per addolcire i rapporti, sempre tesi, con i militari laici e fedeli alla memoria di Kemal Atatürk. Secondo le previsioni del ministero della Difesa, quest’anno le spese per il settore supereranno gli 11 miliardi di dollari. Ma in realtà questa somma non comprende numerosi altri interventi che potrebbero anche accrescere di molto la cifra. Nonostante un’industria nazionale piuttosto avanzata, a trainare l’ammodernamento delle Forze armate turche sono ancora gli Stati Uniti. Qualche anno fa i rapporti si erano raffreddati a tal punto che Washington aveva rifiutato ad Ankara una fornitura di elicotteri Cobra. Anche alla luce dei problemi degli alleati europei, la situazione sembra stia cambiando. Lo dimostra tra l’altro – secondo alcuni analisti – la recente vicenda della commessa di 121 elicotteri multiruolo. Sembrava fatta per l’italiana AgustaWestland, posseduta da Finmeccanica, mentre la gara l’ha vinta l’americana Sikorsky e non certo per le capacità della macchina.
Il presidente Barack Obama avrebbe infatti scritto di suo pugno una lettera a Erdogan per ricordare l’amicizia e la collaborazione tra i due paesi e promettere un’intesa, anche industriale, sempre più stretta. E avrebbe ricordato il sostegno alla lotta di Ankara contro la guerriglia curda, sostegno che fonti diplomatiche calcolano in non meno di 400 milioni di dollari l’anno. Anche le laute commesse – in una Turchia che ieri ha comunicato trionfalmente come nei primi 3 mesi del 2011 gli investimenti stranieri diretti (Ide) nel paese siano cresciuti del 154,4 per cento, a 3,95 miliardi di dollari, rispetto al 2010 – potrebbero in qualche modo servire per mutare un po’ la fredda accoglienza riservata da Ankara all’intervento americano in Libia. Dal punto di vista industriale, non solo è stato riconosciuto all’azienda turca Tai un ruolo di partenariato tecnologico per il Black Hawk di Sikorsky, ma, oltre ai motori per gli elicotteri destinati al mercato interno, la Tai ne produrrà numerosi altri destinati da Sikorsky al mercato internazionale. Proprio la vittoriosa partita degli elicotteri, però, sta creando problemi all’industria americana sul fronte aeronautico. Per ammodernare la propria aviazione militare, Ankara ha scelto già il caccia F-35 Jsf della Lockheed Martin, ma nel governo e nelle forze armate starebbe crescendo il dissenso nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalle tecnologie a stelle e strisce. E, in questa crepa, si sono inserite l’Italia e l’Europa.
Il corteggiamento dell’Ue alla Turchia. Il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, ha rilanciato la possibilità che la Turchia entri come partner (e non come semplice acquirente) nel programma Eurofighter sparigliando le carte ad Ankara. Del consorzio che produce il caccia multiruolo europeo, Finmeccanica – attraverso Alenia Aeronautica – detiene oltre un quinto, ma in termini produttivi è al primo posto. Ed è responsabile del mercato turco, in quanto la holding italiana è radicata nel paese da lungo tempo, a livello commerciale e industriale, con AgustaWestland, le Selex, Telespazio, Wass, le aziende dell’energia e del trasporto.
La gara più importante in cui attualmente è impegnata Finmeccanica è quella per il sistema antimissile cui partecipano assieme l’Mbda di Italia e Francia e la Thales. Il suo controvalore è di circa 2,4 miliardi di euro. Gli avversari sono americani, cinesi e russi. Essendo un sistema che deve integrarsi in ambito Nato, difficilmente potrebbero vincere cinesi o russi a dispetto delle loro offerte, magari più vantaggiose. Il rischio, quindi, è di nuovo americano. Ma stavolta l’Italia cerca di prendere in contropiede i concorrenti, decidendo di coinvolgere aziende locali fin dalla prima fase.
Il tentativo di fare fronte all’eccessivo indebitamento statale sta infatti creando problemi sia sul fronte degli aiuti internazionali che su quello delle spese per la difesa. Per ora, nella difesa, l’Europa cerca di sopperire alla quantità con la qualità. Si riducono gli effettivi, insomma, ma cresce la spesa pro capite: se nel 2001 i 27 paesi dell’Ue spendevano 73 mila euro per ogni soldato, infatti, nel 2009 si è arrivati a 91 mila euro. Questa tendenza sta conducendo però alla difficoltà di assicurare le necessarie risorse umane. Inoltre, non sembra possibile continuare ad attingere a fondi extra-bilancio per sostenere interventi come quello in Afghanistan. Dopo aver ridotto gli effettivi, il prossimo passo – per gli analisti del Csis – potrebbe essere quello di bloccare la modernizzazione. Benché, paradossalmente, l’Europa disponga di un’industria della difesa di gran lunga più avanzata rispetto alla domanda del Vecchio continente. A questo punto, la palla passa ai governi: saranno capaci, si domandano in America, di massimizzare i loro punti di forza, anche alla luce del Trattato di Lisbona e della spinta a unificare gli impegni in campo internazionale, dagli aiuti alla difesa?
La lettera di Obama a Erdogan. In attesa di una risposta definitiva, Washington si guarda attorno, come dimostra il rinnovato legame con la Turchia, dove il 12 giugno si vota per il rinnovo del Parlamento. Il partito al governo, quello degli islamici moderati dell’Akp di Recep Erdogan, sta tentando di trasformare il paese in una potenza regionale anche per addolcire i rapporti, sempre tesi, con i militari laici e fedeli alla memoria di Kemal Atatürk. Secondo le previsioni del ministero della Difesa, quest’anno le spese per il settore supereranno gli 11 miliardi di dollari. Ma in realtà questa somma non comprende numerosi altri interventi che potrebbero anche accrescere di molto la cifra. Nonostante un’industria nazionale piuttosto avanzata, a trainare l’ammodernamento delle Forze armate turche sono ancora gli Stati Uniti. Qualche anno fa i rapporti si erano raffreddati a tal punto che Washington aveva rifiutato ad Ankara una fornitura di elicotteri Cobra. Anche alla luce dei problemi degli alleati europei, la situazione sembra stia cambiando. Lo dimostra tra l’altro – secondo alcuni analisti – la recente vicenda della commessa di 121 elicotteri multiruolo. Sembrava fatta per l’italiana AgustaWestland, posseduta da Finmeccanica, mentre la gara l’ha vinta l’americana Sikorsky e non certo per le capacità della macchina.
Il presidente Barack Obama avrebbe infatti scritto di suo pugno una lettera a Erdogan per ricordare l’amicizia e la collaborazione tra i due paesi e promettere un’intesa, anche industriale, sempre più stretta. E avrebbe ricordato il sostegno alla lotta di Ankara contro la guerriglia curda, sostegno che fonti diplomatiche calcolano in non meno di 400 milioni di dollari l’anno. Anche le laute commesse – in una Turchia che ieri ha comunicato trionfalmente come nei primi 3 mesi del 2011 gli investimenti stranieri diretti (Ide) nel paese siano cresciuti del 154,4 per cento, a 3,95 miliardi di dollari, rispetto al 2010 – potrebbero in qualche modo servire per mutare un po’ la fredda accoglienza riservata da Ankara all’intervento americano in Libia. Dal punto di vista industriale, non solo è stato riconosciuto all’azienda turca Tai un ruolo di partenariato tecnologico per il Black Hawk di Sikorsky, ma, oltre ai motori per gli elicotteri destinati al mercato interno, la Tai ne produrrà numerosi altri destinati da Sikorsky al mercato internazionale. Proprio la vittoriosa partita degli elicotteri, però, sta creando problemi all’industria americana sul fronte aeronautico. Per ammodernare la propria aviazione militare, Ankara ha scelto già il caccia F-35 Jsf della Lockheed Martin, ma nel governo e nelle forze armate starebbe crescendo il dissenso nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalle tecnologie a stelle e strisce. E, in questa crepa, si sono inserite l’Italia e l’Europa.
Il corteggiamento dell’Ue alla Turchia. Il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, ha rilanciato la possibilità che la Turchia entri come partner (e non come semplice acquirente) nel programma Eurofighter sparigliando le carte ad Ankara. Del consorzio che produce il caccia multiruolo europeo, Finmeccanica – attraverso Alenia Aeronautica – detiene oltre un quinto, ma in termini produttivi è al primo posto. Ed è responsabile del mercato turco, in quanto la holding italiana è radicata nel paese da lungo tempo, a livello commerciale e industriale, con AgustaWestland, le Selex, Telespazio, Wass, le aziende dell’energia e del trasporto.
La gara più importante in cui attualmente è impegnata Finmeccanica è quella per il sistema antimissile cui partecipano assieme l’Mbda di Italia e Francia e la Thales. Il suo controvalore è di circa 2,4 miliardi di euro. Gli avversari sono americani, cinesi e russi. Essendo un sistema che deve integrarsi in ambito Nato, difficilmente potrebbero vincere cinesi o russi a dispetto delle loro offerte, magari più vantaggiose. Il rischio, quindi, è di nuovo americano. Ma stavolta l’Italia cerca di prendere in contropiede i concorrenti, decidendo di coinvolgere aziende locali fin dalla prima fase.